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Lo Stretto di Hormuz e il sistema bancario: dalla crisi energetica ai nuovi equilibri del credito

Dalla chiusura dello stretto alla proposta dei pedaggi iraniani: come il conflitto in Medio Oriente sta ridisegnando il rischio bancario, il credito alle imprese e le prospettive di inflazione in Europa.

Un braccio di mare che ha fermato la finanza globale

Dal 28 febbraio 2026 ad oggi, la sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz – conseguenza del conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele – ha trascinato il sistema bancario internazionale in una crisi che non riguarda solo il prezzo del petrolio. Riguarda i tassi di interesse, i criteri di erogazione del credito e la gestione del rischio geopolitico.

 

Dallo shock energetico allo shock alimentare

I numeri restituiscono la portata reale del problema. Attraverso Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e — dettaglio raramente considerato nelle analisi di rischio bancario — circa il 30% dei fertilizzanti commercializzati a livello mondiale. Dall’inizio della crisi, il prezzo dell’urea è passato da 537 a oltre 800 dollari alla tonnellata. La FAO stima che la chiusura rischi di trascinare 45 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare. Nel biennio 2007-2008, quando il petrolio raddoppiò, l’indice FAO dei prezzi alimentari crebbe del 70%: il copione si ripete.

Per i portafogli bancari questa catena — energia, fertilizzanti, cibo, inflazione — si traduce in pressione sulle imprese agricole e chimiche, erosione del reddito reale delle famiglie e rischio crescente di default sui prestiti al consumo e alle PMI.

 

Il dilemma della BCE e la stretta sul credito

L’inflazione nell’area dell’euro è risalita al 3% ad aprile, trainata da prezzi energetici in aumento di quasi l’11%. La crescita nel primo trimestre si è fermata allo 0,1%. Per le banche centrali è il classico dilemma da stagflazione: tagliare i tassi per sostenere la crescita o mantenerli per frenare l’inflazione importata? La BCE ha scelto di attendere, ma ha già segnalato che lo scenario si sta discostando dalle proiezioni di marzo.

Sul credito, l’indagine BCE del primo trimestre 2026 documenta un inasprimento dei criteri di concessione dei prestiti alle imprese, con aspettative di ulteriore restrizione. I settori più colpiti sono quelli energivori — manifattura, chimica, logistica — dove le banche stanno rivedendo al rialzo le stime sul costo del rischio. La stretta colpisce in modo asimmetrico: le grandi imprese trovano alternative sui mercati dei capitali; le PMI, quasi interamente dipendenti dal credito bancario, sono le più esposte.

 

I pedaggi sui cavi sottomarini: un rischio operativo inedito

Oltre al petrolio, l’Iran ha dichiarato i cavi sottomarini che attraversano lo stretto – quelli che trasportano dati bancari e transazioni finanziarie – “beni strategici” soggetti a permessi e pedaggi, minacciando di poterne interrompere il traffico digitale in caso di escalation.

Per il sistema bancario si tratta di un cambio di paradigma: la resilienza operativa non può più essere valutata solo in termini di liquidità e capitale regolamentare, ma deve includere la vulnerabilità delle infrastrutture fisiche di connettività.

La crisi ha anche accelerato l’interesse per la tokenizzazione degli asset e la finanza decentralizzata, capace di garantire la scoperta dei prezzi anche quando i mercati tradizionali sono chiusi. Il FMI ha tuttavia segnalato i rischi sistemici legati alle stablecoin private, proponendo un ancoraggio pubblico attraverso le CBDC.

 

Le implicazioni per le banche italiane

L’Italia sconta un’esposizione strutturalmente più alta rispetto ad altri paesi europei. Il mix energetico nazionale dipende ancora in larga parte dalle importazioni, e una quota significativa dei fertilizzanti usati dall’agricoltura italiana transita proprio dalle rotte del Golfo.

Questo rende la trasmissione dello shock più diretta e più rapida rispetto, ad esempio, alla Spagna, il cui spread BTP-Bono rimane fermo a 44 punti base mentre quello italiano ha raggiunto gli 80 punti, con rendimenti del BTP decennale che si avvicinano alla soglia psicologica del 4%.

Per gli istituti di credito italiani questo significa anzitutto un aumento del costo della raccolta: un BTP stabilmente vicino al 4% irrigidisce il pavimento dei tassi su tutto il mercato, rendendo più oneroso finanziarsi e comprimendo i margini di intermediazione.

I portafogli obbligazionari, ricchi di titoli di Stato italiani, soffrono la pressione delle quotazioni al ribasso. Sul fronte del credito, l’indagine di Bankitalia relativa al primo trimestre 2026 documenta che le banche si attendono per il secondo trimestre “un inasprimento dei criteri di offerta, marcato per i prestiti alle imprese”. I settori più esposti – ceramica, vetro, carta, chimica, trasporti – stanno già vedendo restringere le linee di credito o irrigidire le condizioni di rinnovo.

C’è però una nota di solidità che vale la pena sottolineare. L’NPL ratio lordo delle banche italiane è rimasto stabile al 2,2%, a conferma del significativo lavoro di derisking compiuto nell’ultimo decennio.

Gli utili del settore nel primo trimestre 2026 hanno raggiunto 7,8 miliardi di euro. Il capitale è elevato. La vigilanza BCE, intervenuta all’Eurogruppo il 4 maggio, ha riconosciuto questa robustezza di partenza, avvertendo però che lo shock in Medio Oriente può testarla su più fronti simultaneamente: prezzi, margini delle imprese, qualità del credito e sicurezza informatica.

 

Cosa devono fare concretamente gli operatori bancari

La crisi di Hormuz non è solo uno shock macroeconomico da monitorare: è una discontinuità operativa che impone agli istituti di credito interventi concreti su più livelli.

Sul fronte del rischio di credito, il primo passo è una revisione selettiva del portafoglio imprese per identificare le controparti con esposizione diretta o indiretta ai costi energetici. Non si tratta di tagliare il credito, ma di aggiornare i rating interni con dati correnti e di modulare covenants e garanzie.

Sul fronte della liquidità e della raccolta, la pressione sui BTP richiede una verifica della duration dei portafogli obbligazionari e della coerenza tra attivo e passivo in uno scenario di tassi ancora elevati. Le banche che hanno concentrato la raccolta su scadenze brevi sono più esposte a rinnovi costosi; quelle con funding a medio-lungo termine dispongono di un cuscinetto maggiore.

Sul fronte del rischio operativo, la novità strutturale introdotta da questa crisi è la vulnerabilità delle infrastrutture di connettività. Gli istituti dovrebbero verificare la propria dipendenza dai singoli punti di connettività critica e aggiornare i piani di continuità operativa (BCP) per includere scenari di interruzione digitale, non solo di liquidità.

Sul fronte della formazione e dell’aggiornamento normativo, gli operatori devono familiarizzare con un quadro regolamentare in rapida evoluzione: dalle sanzioni commerciali verso l’Iran ai controlli sulle esportazioni. Le lettere di credito e le garanzie bancarie legate a transazioni con controparti del Golfo richiedono verifiche più puntuali sulle catene di fornitura sottostanti.

Infine, sul fronte delle opportunità, la crisi sta accelerando la domanda di strumenti di copertura dal rischio energetico e di finanziamento della transizione. Le banche che sapranno posizionarsi come partner strategici delle imprese trasformando uno shock in un vantaggio competitivo.

 

Conclusione

La recente crisi geopolitica ed economica di cui si è reso protagonista lo Stretto di Hormuz ha reso impossibile ignorare una fragilità che esisteva già: la finanza non è separata dal mondo fisico che finanzia.

Le banche che usciranno più resilienti da questa crisi saranno quelle che avranno saputo integrare il rischio geopolitico e la dipendenza energetica nelle proprie strutture operative e nelle strategie di credito di lungo periodo.

 

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